PROLOGO
(Scena
vuota. Entra un attore vestito da pilota: pantaloni e camicia
militari, anfibi, giubbino e occhiali da pilota appesi al collo.
L’attore si rivolge al pubblico)
-
Salve. Mi chiamo Antoine De Saint -Exupéry e di professione
faccio il pilota, e, qualche volta, anche lo scrittore. Mi piace molto
volare: mi dà una bellissima sensazione di libertà. Nella mia vita ho
conosciuto tanta gente, ma ho avuto pochi amici: non vado molto
d’accordo con gli adulti!. Invece, mi piace molto parlare con i
bambini, perché guardano il mondo proprio come me: non sarà che, in
fondo, sono rimasto un po’ bambino anch’io?
Comunque sia, proprio a voi bambini voglio raccontare una storia che non
ho mai raccontato a nessuno; voi, certamente, mi comprenderete. Dunque,
sei anni fa ebbi un guasto al motore del mio aeroplano e dovetti
atterrare nel deserto del Sahara. Ero solo, perciò, se volevo
ripartire, dovevo cercare di riparare il guasto. Ma ormai era notte e mi
addormentai sulla sabbia.
All’alba, però……. State a sentire cosa accadde.
ATTO I
(La
scena rappresenta il deserto; sullo sfondo si vede un aereo fermo. Il
pilota è addormentato sulla sabbia. Il piccolo principe –(costume:
una tuta verde ed una sciarpa dorata) – si avvicina e parla)
PP – Mi disegni una pecora?
P –( tirandosi a sedere e stropicciandosi gli occhi): Cosa?
PP – Per favore, disegnami una pecora.
P – Una pecora? Ma io non so disegnare! Per la verità, da bambino ci
avevo provato, ma i grandi trovavano che il mio disegno di un boa che
mangia un elefante somigliasse ad un cappello. Così, mi scoraggiai e
lasciai perdere.
PP – Non importa, disegnami una pecora.
(Il pilota prende dalla tasca matita e foglio e disegna la pecora)
PP – Questa pecora sembra malaticcia. Disegnane un’altra.
(Il pilota rifa il disegno)
PP – Ma questa non è una pecora, è un ariete, ha le corna.
(Il pilota ci riprova)
PP – Questa pecora è vecchia. Disegnane una che possa vivere a lungo.
(Il pilota disegna una scatola)
P- Ecco, questa è una pecora
chiusa nella sua cassetta.
PP (ridendo soddisfatto): E’ proprio quello che volevo. Questa
pecora è tanto piccola! Tu pensi che avrà bisogno di molta erba? Sai,
dove vivo io tutto è molto piccolo.
P – Vedrai che ci sarà
abbastanza erba per lei: è così piccola la tua pecorella! Ma dove vivi
tu?
(Il bambino fa finta di non sentire. Guarda l’aereo e chiede):
PP – Cos’è quella cosa?
P – E’ il mio aeroplano e vola.
PP- Vola? Allora anche tu sei caduto dal cielo. Da quale pianeta vieni?
P – Perché? Tu vieni da un altro pianeta?
(Il PP fa finta di non sentire e cambia discorso)
PP – Sono contento di avere una cassetta per la mia pecora, le servirà
da rifugio per la notte.
P – Se vuoi, ti disegnerò una corda per legare la pecora durante il
giorno, così non potrà andare in giro e perdersi.
PP – Legarla? Che buffa idea! Da me è tutto così piccolo che non
potrebbe andare molto lontano.
INTERMEZZO
(Si
chiude il sipario e il pilota torna sulla scena vuota)
-
Così, cari bambini, ho scoperto, da alcune riflessioni, da
alcune frasi dette per caso, che il mio piccolo amico, che chiamerò
Piccolo Principe, veniva da un piccolo pianeta chiamato B 612, scoperto
da un astronomo turco. Questo pianeta era poco più grande di una casa,
e il PP vi abitava da solo. Queste cose le ho capite a poco a poco,
perché il mio amico pretendeva sempre una risposta alle sue domande, ma
non rispondeva mai alle mie. Così, sempre per caso, venni a conoscenza
del pericolo ambientale che minaccia il pianeta del PP. Sentite come
accadde. Il mio amico guardava il foglietto su cui avevo disegnato la
cassetta, e ad un tratto cominciò ad interrogarmi:
(Si
riapre il sipario sulla scena del deserto)
PP
– E’ vero che le pecore mangiano gli arbusti?
P – Sì, è vero.
PP – Allora, mangiano anche i baobab?
P – I baobab non sono arbusti, sono alberi enormi.
PP – Sì, ma prima di diventare
grandi sono piccoli.
P – E’ vero. Ma perché vuoi che la pecora mangi i baobab?
PP – Si capisce! Sul mio pianeta ci sono semi di piante buone, e semi
di piante cattive. Tutti gli arbusti, appena spuntati, sembrano
inoffensivi. Ma appena cominciano a crescere bisogna fare attenzione: se
sono piantine innocue, si possono lasciare crescere, ma se sono piante
cattive, come i baobab, bisogna strappare subito i germogli, altrimenti,
crescendo, possono far esplodere il pianeta. E’ un lavoro da fare con
cura, ogni mattina, senza rimandare a dopo, perché potrebbe essere
troppo tardi. E’ una cosa di quelle che, se trascurata, può provocare
un disastro. Dillo anche ai bambini del tuo pianeta; devono conoscere il
pericolo dei baobab, perciò fai un bel disegno per farglielo capire
bene.
(Il pilota disegna i baobab e li mostra al PP)
P- Devi riconoscere che questo disegno mi è venuto proprio bene!
PP- Senti, andiamo a vedere un tramonto? Mi piacciono tanto i tramonti!
P- Ma bisogna aspettare che il sole tramonti!
PP – Ah, già! Mi credo sempre a casa mia! Là mi bastava spostare la
sedia per vedere quanti tramonti volevo. Sai, un giorno ho visto il sole
tramontare 43 volte. Quando si è tristi si amano molto i tramonti.
P – E quel giorno eri molto triste?
Il PP non risponde e cambia ancora discorso)
PP – Senti un po’, ma le pecore, se mangiano gli arbusti, mangiano
anche i fiori?
P -Le pecore mangiano tutto quello che trovano.
PP – Anche i fiori con le spine?
P- Anche.
PP -E allora le spine a cosa servono?
P – A nulla. Sono una cattiveria dei fiori.
PP (arrabbiandosi e quasi piangendo) – Non ti credo! I fiori
sono deboli e indifesi, si rassicurano come possono.
P – Hai ragione, ho risposto così, tanto per dire, perché sono
occupato in cose serie; vedi, cerco di riparare il mio motore.
PP – Cose serie? Parli proprio come i grandi, come il Sig. Chermisi,
che non ha mai guardato un fiore o ammirato una stella, non ha mai
voluto bene a nessuno, non fa altro che addizioni, e dice di essere un
uomo serio; invece è solo un fungo!
P – Un fungo?
PP – Sì, un fungo! Secondo te, non è importante sapere perché i
fiori hanno delle spine che non servono a nulla? Non è importante
sapere se le pecore mangiano i fiori? C’è un fiore unico al mondo,
che si trova solo sul mio pianeta; la pecora potrebbe mangiarlo senza
rendersi conto di quello che fa; e secondo te questo non è importante!
Io amo quel fiore, e sono felice quando lo guardo. Ma se la pecora lo
mangiasse, sarebbe come se le stelle si spegnessero. Non è importante,
questo?
(Il PP si mette piangere. Il pilota abbandona i suoi attrezzi, e lo
abbraccia per consolarlo)
P – Stai tranquillo, il fiore che tu ami non è in pericolo. Disegnerò
una museruola per la pecora ed una corazza per il tuo fiore. Vedrai che
andrà tutto bene.
PP (smettendo di piangere e asciugandosi gli occhi) – Sai, è
un fiore speciale. E’ nato da un seme venuto chissà da dove. Ci ha
messo un bel po’ di tempo a sbocciare, ma quando, una mattina, allo
spuntar del sole, ha spalancato la sua corolla, sono rimasto stupito
dalla sua bellezza. Ma poi mi ha deluso, e l’ho abbandonato. Ora ti
racconto com’è andata.
(Il
sipario si chiude, e si riapre su una scena in cui ci sono un bimbo con
un costume da fiore, ed il PP che guarda. La musica di sottofondo crea
l’atmosfera dell’alba).
F – Buongiorno! Scusami se sono in disordine. Mi sveglio ora.
PP – Come sei bello!
F – Vero! E sono nato col sole. Credo sia ora di colazione: vorresti
pensare a me?
(Il PP prende un innaffiatoio e innaffia il fiore)
PP – A che ti servono quelle spine?
F – Sono i miei artigli. Sai, possono venire le tigri.
PP – Non ci sono tigri qua, e poi le tigri non mangiano l’erba.
F – Io non sono un’erba, sono un fiore.
PP – Scusami.
F – Io non ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti d’aria.
Non avresti un paravento?
PP – Orrore delle correnti d’aria? E’ strano, per un fiore.
F – Già; alla sera, poi, mi metterai sotto una campana di vetro: qui
fa molto freddo. Da dove vengo io….
PP – Ma come fai a sapere da dove vieni, se sei arrivato qui che eri
solo un seme?
(Il fiore, imbarazzato, tossisce)
F – E allora, questo paravento?
PP – Stavo andando a prenderlo, ma tu mi parlavi..
(Il fiore tossisce ancora)
PP – Senti, caro mio, hai troppe pretese! Sei bello, ma sei bugiardo,
esigente e prepotente. Mi hai proprio deluso. Me ne vado!
(Il PP va a prendere la campana di vetro e torna dal fiore)
PP – Addio!
F – Addio – (tossisce) – Scusami, sono stato proprio
sciocco. Vai, e cerca di essere felice. Sai, io ti voglio bene, ma non
ho saputo dirtelo. Ma tu, scusa se te lo dico, sei stato più sciocco di
me. Cerca di essere felice. E lascia stare questa campana di vetro, non
la voglio più.
PP – Ma, il vento….
F -Non sono raffreddato, l’aria fresca mi farà bene..
PP – Ma le bestie…
F – Devo sopportare i bruchi, se voglio conoscere le farfalle. Se no,
chi mi farà compagnia? Tu sarai lontano… E allora, cosa aspetti? Non
indugiare così, è irritante! Hai deciso di andare via? E allora
vattene! (E si gira dall’altra parte, mentre il PP si allontana
– Si chiude il sipario)
SECONDO INTERMEZZO
(Il
sipario si riapre sulla scena del deserto. Il PP parla col pilota)
PP
– Così, dopo aver ripulito per l’ultima volta il mio pianeta,
estirpando tutti i germogli di baobab, pulendo bene il camino dei
vulcani per evitare le eruzioni – ho pulito anche il camino del
vulcano spento: non si sa mai! -, approfittando di uno stormo di uccelli
selvatici che migrava,
partii verso la regione degli asteroidi. Ora ti racconterò il mio
viaggio. Il primo pianeta che visitai era abitato da un re.
(Si
chiude il sipario e si riapre su una scena con un fondale blu stellato,
una pedana su cui c’è un trono con un re con corona e scettro e un
lungo mantello. Il PP entra e si avvicina al re.)
R
– Ah, ecco un suddito. Avvicinati, voglio vederti meglio.
(Il PP si avvicina e sbadiglia)
R – Sbadigliare è contro l’etichetta.
PP – Perdonatemi, Sire, ma non posso farne a meno. Ho fatto un lungo
viaggio e non ho dormito.
R – Allora ti ordino di sbadigliare.
PP – Non posso, non mi viene più: Posso sedermi?
R – Ti ordino di sederti.
PP – Sire, su cosa regnate?
R – Su tutto. Sui pianeti, sulle stelle….
PP – E vi ubbidiscono?
R – Sempre. Non tollero l’indisciplina.
PP – Vorrei vedere un tramonto. Per favore, Sire, ordinate al sole di
tramontare.
R – Ora non è possibile. Bisogna che le condizioni siano favorevoli.
Se si vuole obbedienza bisogna dare ordini ragionevoli. Avrai il tuo
tramonto stasera verso le sette.
PP – Bene, non ho più nulla da fare qui. Me ne vado.
R – Non partire, ti farò ministro della giustizia.
PP – Ma se non c’è nessuno da giudicare!
R – Giudicherai te stesso, è la cosa più difficile.
PP –Per giudicare me stesso non ho bisogno di abitare qua.
R – Allora giudicherai il topo che vive da qualche parte sul pianeta.
Lo condannerai a morte e poi lo grazierai, perché c’è solo quello.
PP – Non mi piace condannare a morte,
preferisco andarmene. Ordinatemi di partire.
R- Allora ti nomino mio ambasciatore.
(Il PP si allontana, e rivolto al pubblico commenta)
PP – I grandi sono proprio strani!
(Si
chiude il sipario. Si riapre sulla stessa scena, ma sulla pedana c’è
il vanitoso, vestito con un abito elegante, un grande cappello a
cilindro ed uno specchio in mano. Entra il PP)
V
– Ecco un ammiratore!
PP – Buon giorno! Che buffo cappello hai!
V – Mi serve per salutare quando mi acclamano.
PP – Cosa vuol dire acclamare?
V – Batti le mani una contro l’altra e vedrai.
(Il PP batte le mani, ed intanto il vanitoso saluta levandosi e
rimettendosi il cappello)
PP – E’ divertente – ( Continuano per un po’)
PP – Ora basta, mi sono annoiato. Cosa bisogna fare per far cascare il
cappello?
V – Tu mi ammiri molto?
PP – Cosa vuol dire ammirare?
V – Vuol dire riconoscere che io sono il più bello, il più elegante,
il più intelligente del pianeta.
PP – Ma se sei solo sul pianeta!
V – Non importa, ammirami lo stesso.
PP – E va bene, ti ammiro, ma a che serve?
(E il PP, con un’alzata di spalle, si allontana, dicendo:)
PP – Decisamente, i grandi sono bizzarri.
(Si
chiude il sipario. Quando si riapre sulla pedana c’è un tavolo da
osteria, delle bottiglie , dei bicchieri e, seduto su una sedia, un
personaggio mal vestito, con le guance e il naso esageratamente rossi.
Il PP si avvicina)
PP
– Che cosa fai?
U – Bevo!
PP – Perché bevi?
U – Per dimenticare
PP dimenticare che cosa?
U - Per dimenticare la vergogna.
PP – Ma vergogna di che?
U – La vergogna di bere.
(L’ubriacone tace, riprende un bicchiere in mano, ed il PP se ne va
dicendo:)
PP – L’ho detto io! I grandi sono molto, mooooolto bizzarri!
(
Si chiude il sipario, che si riapre presentando sulla pedana un uomo
vestito bene, con una sigaretta spenta in bocca, seduto ad un tavolo su
cui c’è un quaderno, una penna, una calcolatrice. Il PP si avvicina)
PP
– Buon giorno! La tua sigaretta è spenta.
U A – Tre più due fa cinque, cinque più sette fa dodici, dodici più
tre fa quindici – Buon giorno! – quindici più sette fa ventidue,
ventidue più sei fa ventotto – Non ho tempo per riaccenderla –
ventotto più cinque fa trentatre….
PP – Cosa conti?
UA – Quelle piccole cose che si vedono nel cielo
PP - Le mosche?
UA – No, quelle piccole cose che luccicano
PP – Ah, le stelle!
UA – Sì, le stelle.
PP -E che te ne fai?
UA -Niente, le possiedo.
PP – E come fai a possedere le stelle? Ho conosciuto un re che..
UA – I re non possiedono, ci regnano sopra.
PP – E a cosa serve possedere le stelle?
PP – Ma come puoi possedere le stelle?
UA – Siccome non sono di nessuno, sono mie perché ci ho pensato per
primo.
PP – E che te ne fai?
UA – Le amministro. Le conto e le riconto. Io sono un uomo serio!
PP – Io, se possiedo una sciarpa, posso metterla la collo. Se possiedo
un fiore, posso coglierlo e portarlo con me. Tu non puoi portare con te
le stelle!
UA – Ma le posso mettere in banca, scrivendo il loro numero su un
foglio e mettendo il foglio in un cassetto. Sono un uomo serio, io!
PP – Ma tu non sei utile alle stelle. Io possiedo un fiore che
innaffio ogni giorno, possiedo tre vulcani ai quali spazzo sempre il
camino. Io sono utile ai miei vulcani, tu non sei utile alle stelle!
(L’uomo continua a contare e non risponde. Il PP se ne va,
commentando:)
PP – Decisamente, i grandi sono straordinari!
(Si
chiude il sipario. Quando si riapre, sulla pedana c’è un uomo con una
tuta scura ed un lampione
con una lampadina che si può accendere e spegnere. Il PP entra in scena)
PP
– Guarda quell’uomo! Accende e spegne il suo lampione come se
accendesse una stella. Mi piace questo lavoro, è utile perché è
bello. (Si rivolge all’uomo) Buon giorno! Perché spegni il tuo
lampione?
L – E’ la consegna!
PP – Cos’è la consegna?
L – Di spegnere il lampione. Buona sera! ( e riaccende)
PP – E ora, perché lo riaccendi?
L – E’ sempre la consegna. Buon giorno! ( spegne) – Che
mestiere terribile! – Devo accendere e spegnere questo lampione ogni
minuto e non posso mai riposare. Una volta sì che questo era un bel
lavoro! Accendevo la sera e spegnevo la mattina, e per il resto del
tempo riposavo o dormivo.
PP – Ed ora è cambiata la consegna?
L – No, non è cambiata. Ma ora il pianeta gira così velocemente che
il giorno dura un minuto, così ogni minuto devo accendere e spegnere il
lampione. Non ho più riposo!
PP – E’ divertente! Ma ci sarebbe un modo per riposarti: basta che
tu cammini in modo da restare sempre al sole, così non devi accendere
il lampione.
L – Ma io avrei bisogno soprattutto di dormire!
PP – Allora non posso aiutarti. Mi dispiace. Mi piacerebbe restare
qui, tu mi sei simpatico, perché non pensi solo a te stesso come altri
che ho conosciuto. Vorrei diventare tuo amico, ma sul tuo pianeta non
c’è posto per due. Addio!
(E se ne va, dicendo:)
PP – Mi dispiace soprattutto perché, restando qui, avrei potuto
vedere millequattrocentoquaranta tramonti in ventiquattro ore!
(Si
chiude il sipario. Si riapre, e sulla pedana ora c’è un uomo
con grandi occhiali, una camicia bianca, i capelli un po’ spettinati,
che siede ad un tavolo su cui ci sono grossi volumi, un mappamondo, una
matita e un temperamatite. C’è anche una carta geografica appesa a un
supporto. Il PP si avvicina)
G
– Ecco un esploratore!
PP – Cos’è questo libro? Cosa fate qui?
G – Sono un geografo.
PP – E che cos’è un geografo?
G – Un sapiente che sa dove sono i mari, i fiumi, le città, le
montagne, i deserti…
PP – Questo sì che è un vero mestiere! (Si guarda intorno)
– E’ bello questo pianeta! Ci sono oceani?
G – Non lo so!
PP – E montagne?
G – Non lo so!
PP – E città? Fiumi? Deserti?
G – Non posso saperlo!
PP – Uffa, non sapete niente! Ma siete un geografo!
G – Appunto! Sono un geografo, non un esploratore. I geografi scrivono
sui libri le notizie fornite dagli esploratori, se questi sono credibili
e se forniscono le prove. Ma tu vieni da lontano, sei un esploratore.
Parlami del tuo pianeta.
PP – Oh, il mio pianeta è molto piccolo. Ci sono tre vulcani, due
attivi e uno spento, e un fiore…
G – Noi non annotiamo i fiori, sono effimeri.
PP – Che vuol dire?
G – Vuol dire che sono minacciati di scomparire presto.
PP – Allora il mio fiore è minacciato di scomparire presto?
G – Sì –
PP – Mi dispiace molto. Poverino! E’ così fragile e indifeso! E io
l’ho lasciato solo!
(Si asciuga furtivamente una lacrima) – Dove mi consigliate di
andare?
G- Sulla Terra. Ha una buona reputazione.
PP – Grazie. Addio!
(Il PP esce, e si chiude il sipario).
ATTO
II
(La
scena si apre sul deserto. Ci sono anche un bambino con un costume da
fiore ed una montagna. Un bambino con un costume giallo lucido ed
elastico e raggomitolato per terra)
PP-
Eccomi sulla Terra. Ma qui non c’è nessuno! Non avrò
per caso sbagliato pianeta? Oh, ecco qualcosa che si muove.
Buonanotte!
S – Buonanotte!
PP – Dove sono?
S – Sulla terra, in Africa.
PP – Ma non c’è nessuno sulla terra?
S – Qui è il deserto. Non c’è nessuno nel deserto. Ma tu, cosa fai
qui?
PP – Vengo da un altro pianeta – guarda, è proprio qui, sopra di
noi! – Sono qui perché ho avuto dei problemi con un fiore. Ma dove
sono gli uomini? Si è un po’ soli nel deserto.
S – Si può essere soli anche tra gli uomini!
PP – Come sei buffo! Sei sottile come un dito.
S – Ma sono più potente del dito di un re.
PP – Potente? Ma sen non hai le zampe e non puoi neppure camminare!
S – Però posso trasportarti molto lontano. Se tocco qualcuno, lo
riporto alla terra da cui proviene. Ma tu sei puro, tu vieni da una
stella! Mi fai pena, così debole! Se un giorno vorrai tornare a casa,
ti aiuterò.
PP – Ho capito. Grazie, me ne ricorderò.
(Il PP si allontana, e si ferma vicino al fiore)
PP – Buon giorno!
F – Buon giorno!
PP – Dove sono gli uomini?
F – Gli uomini? Molti anni fa ne ho visti passare sei o sette, ma ora
chissà dove sono. Non hanno radici, e il vento li spinge di qua e di là.
PP – Grazie, addio!
(Il PP sale sulla “montagna”, dicendo: )
PP – Da quassù potrò vedere tutto il pianeta e gli uomini. Oh, ma
non si vedono altro che rocce. Buon giorno!
Eco- Buon giorno….giorno…giorno
PP – Chi siete?
Eco – Chi siete…. siete….siete…
PP -Siate miei amici, io sono solo.
Eco – Io sono solo…solo….solo…
PP – Che buffo pianeta! E’ tutto secco, e gli uomini non hanno
immaginazione, ripetono solo quello che si dice loro. Il mio fiore,
invece….
(Scende dalla “montagna”, e se ne va. Si chiude il sipario. Si
riapre su una scena diversa: un giardino, con un melo
ed una siepe di rose. Il PP arriva e si ferma vicino ai fiori.)
PP – Buon giorno!
R – Buon giorno!
PP – Chi siete?
R – Siamo delle rose!
PP – Ah, dunque, il mio fiore mi ha detto un’altra bugia! Mi ha
detto di essere l’unico della sua specie nell’universo, e scopro che
ce ne solo migliaia in un solo giardino. Se sapesse che ho scoperto la
sua bugia si metterebbe a tossire e sarebbe capace di lasciarsi morire
per farmi sentire in colpa. E io che credevo di essere ricco! Invece,
possiedo solo una rosa qualunque e tre vulcani che mi arrivano alle
ginocchia. Che razza di principe sono?
(E
si mete a piangere. Un bambino con un comune costume da volpe: una tuta
marrone ed una lunga coda fa capolino da dietro il melo)
V
– Buon giorno!
PP – Buon giorno! Ma dove sei?
V – Sono qui, sotto al melo.
PP – Chi sei? Sei carino!
V – Sono una volpe.
PP – Vieni a giocare con me? Sono tanto triste!
V – Non posso, non sono addomesticata.
PP – Cosa vuol dire addomesticare?
V – Vuol dire creare dei legami.
PP – Creare dei legami?
V – Già. Vedi: ancora tu per me sei un ragazzino come gli altri, ed
io per te sono una volpe come le altre. Non abbiamo bisogno l’uno
dell’altra. Ma se tu mi addomestichi, io sarò per te unica al mondo,
e tu sarai unico al mondo per me.
PP – Oh, allora è così anche per il mio fiore! Forse mi ha
addomesticato!
V – Può darsi. Capita, sulla terra.
PP – Non è sulla terra, è su un altro pianeta.
V – Ah sì? E ci sono cacciatori su questo pianeta? Qui ce ne sono
tanti che mi danno la caccia.
PP – No, non ci sono cacciatori.
V – E ci sono galline? Sai, io caccio le galline.
PP – Non ci sono neppure galline.
V – Peccato! Non c’è nulla di perfetto. Dunque, ti dicevo: ora la
mia vita è monotona: io do la caccia alle galline e i cacciatori danno
la caccia a me. Sapessi che noia! Ma se tu mi addomestichi, la mia vita
sarà illuminata: riconoscerò i tuoi passi ed uscirò dalla tana. E
poi, vedi quel grano? Per me che sono carnivora non ha alcun
significato. Ma quando mi avrai addomesticata imparerò ad amarlo, perché
mi ricorderà i tuoi capelli d’oro. Per favore, addomesticami!
PP – Volentieri, ma ho poco tempo. Devo cercare degli amici.
V – Già, degli amici. Gli uomini hanno dimenticato questa parola.
Sono abituati a comprare nei negozi le cose già pronte, ma siccome non
ci sono negozi di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un
amico, addomesticami.
PP - Come si fa?
V – Bisogna avere pazienza. Dapprima, tu ti siederai un po’ lontano
da me. Poi, col passare dei giorni, potrai venire sempre più vicino. Ma
cerca di venire sempre alla stessa ora, così saprò quando cominciare a
prepararmi il cuore. Sai, ci vogliono i riti.
PP – Che cos’è un rito?
V - E’ qualcosa che rende
un giorno diverso dagli altri, un giorno speciale, come il giovedì,
quando i cacciatori vanno a ballare con le ragazze, ed io posso stare
tranquilla..
PP – Ho capito.
(C’è qualche momento di scena: il PP si avvicina sempre più alla
volpe, fin quando questa si lascia accarezzare; poi corrono e giocano un
po’ insieme.)
PP – Sai, è arrivato il momento che io parta. Devo conoscere ancora
tante cose!
V – Mi dispiace, piangerò.
PP – Non è colpa mia, hai voluto tu che ti addomesticassi.
V – Non importa, ci avrò guadagnato il colore del grano. Ora vai a
vedere le rose e poi torna qui: ti rivelerò un segreto.
(Il PP si avvicina alle rose e parla con loro)
PP – Ora ho capito: voi non siete uguali alla mia rosa. Nessuno vi ha
addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era
prima la mia volpe: una volpe uguale alle altre. Ma ora ne ho fatto il
mio amico, e per me è diventata unica al mondo. Così è per la mia
rosa: apparentemente è simile a voi, ma è a lei che ho dedicato tante
cure, è lei che ho innaffiato, è lei che ho protetto con la campana di
vetro, è lei che ho ascoltato lamentarsi, vantarsi, mentire: lei è la
mia rosa!
(Il PP torna dalla volpe)
PP – Addio!
V – Addio! Ecco il segreto che ti avevo promesso: Non si vede bene che
col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi. Ricordalo.
PP – L’essenziale è invisibile agli occhi.
V – E’ il tempo che tu hai dedicato alla tua rosa che l’ha resa
così importante.
PP – E’ il tempo che ho dedicato alla mia rosa….
V –Non dimenticare mai questa verità: tu sei responsabile di ciò che
hai addomesticato, sei responsabile della tua rosa.
PP – Io sono responsabile della mia rosa. ( Il PP se ne va)
(
Si chiude il sipario, e si riapre sulla scena del deserto, con il PP
e il pilota. Un po’ lontano, un pozzo.)
PP
– E così, ho lasciato la mia amica volpe. Poi ho incontrato un
controllore che smistava i treni su cui la gente va e viene, senza
sapere cosa cerca. Ho incontrato anche uno strano mercante: vendeva
delle pillole per far passare la sete. Dice che così non si ha bisogno
di bere e si risparmiano cinquantatre minuti la settimana. Io, se avessi
cinquantatre minuti a disposizione, camminerei adagio verso una fontana.
P – Interessante il tuo racconto. Ma io non ho ancora riparato il mio
motore, non ho più niente da bere e anch’io sarei felice di poter
camminare adagio verso una fontana.
PP – Anch’io ho sete. Cerchiamo un pozzo.
P – Nel deserto?
PP – Già! Andiamo!
(Si incamminano. La scena si fa buia. Il PP e il pilota si siedono)
PP – Un po’ d’acqua fa bene al cuore….E’ bello il deserto.
P – Già, mi è sempre piaciuto: ci si siede su una duna di sabbia,
non si vede nulla, non si sente nulla. E tuttavia qualcosa risplende nel
silenzio.
PP – Ciò che abbellisce il deserto è che nasconde un pozzo in
qualche luogo.
P – Già, come la mia vecchia casa: dicevano che nascondeva un tesoro,
ma nessuno l’ha mai cercato. Eppure, quel tesoro rendeva magica tutta
la casa. Sì, quello che rende belle le cose è invisibile.
PP – Mi fa piacere che tu sia d’accordo con la mia volpe.
P – Ma sai che sei straordinario? Mi commuovi. Ma soprattutto mi
commuove la tua fedeltà ad un fiore. Andiamo, ora – (Fanno alcuni
passi) – Guarda, ecco il pozzo! Che strano!
Non è un pozzo sahariano, sembra un pozzo di villaggio. Ma non
ci sono villaggi qui intorno. E’ tutto pronto: il secchio, la corda,
la carrucola.
(Il PP si avvicina e tocca la corda. Si sente un cigolio)
PP – Senti? Noi svegliamo questo pozzo, e lui canta.
P – Lascia stare, è troppo pesante per te, faccio io.
(Il pilota tira su il secchio e bevono)
PP – Buona quest’acqua! E’ speciale, perché l’abbiamo bevuta
insieme, l’abbiamo cercata insieme. Strano che le persone non
capiscano queste cose: cercano sempre non si sa che cosa, eppure
potrebbero trovare la gioia in un solo fiore o in un poco d’acqua.
E’ perché cercano con gli occhi, che sono ciechi; bisogna cercare col
cuore.
P – Hai ragione. Bisogna cercare col cuore.
PP – Devi mantenere la tua promessa.
P – Quale promessa?
PP – Una museruola per la pecora.
(Il pilota tira fuori dalla tasca un foglio e una matita, fa un
disegno e lo dà al PP)
P – Non vuoi rivelarmi i tuoi progetti?
PP – Sai, la mia caduta sulla terra…sarà domani l’anniversario.
Ero caduto qui vicino.
P – Allora non ci siamo incontrati per caso! Tu tornavi verso il punto
della tua caduta…..forse per l’anniversario.
PP – Ora devi lavorare, devi aggiustare il tuo motore. Torna domani.
(Il pilota si allontana e si chiude il sipario. Si riapre su una
scena simile alla precedente, ma al posto del pozzo c’è una specie di
muretto su cui sta seduto il PP. Ai suoi piedi, il serpente).
PP – Ricordi? Non è proprio qui, ma è qui vicino………Il giorno
è questo, ma il posto no…….Vieni dove cominciano le mie orme nella
sabbia. Ci sarò questa notte……Hai del buon veleno? Sei sicuro di
non farmi soffrire troppo?…Ora vattene, voglio scendere…..
(Il pilota entra correndo, con la pistola in mano, e spara al
serpente. Poi si avvicina al PP, lo aiuta a scendere dal muro e lo tiene
tra le braccia)
P – Cosa fai? Parli con i serpenti?
PP – Sono contento che tu abbia riparato il tuo motore, così potrai
tornare a casa.
P – Come lo sai? Stavo appunto per dirtelo.
PP – Sai, anch’io stasera torno a casa. E’ molto più lontano e
molto più difficile. Porto con me la pecora, la cassetta per la pecora,
la museruola….
P – Ometto caro, hai avuto paura?
PP – Avrò molta più paura questa sera!
P – Voglio ancora sentirti ridere. E’ come una fontana nel deserto.
PP – Sai, questa notte sarà un anno, e la mia stella sarà proprio
nel punto dove sono caduto l’anno scorso.
P – Ometto mio, dimmi che è un brutto sogno, la storia del serpente,
del veleno dell’appuntamento…
PP – Quello che è importante non lo si vede. Come per il mio fiore, e
come per l’acqua che abbiamo bevuto insieme .Così è per le stelle.
La mia è troppo piccola per indicartela. Ma quando guarderai le stelle,
poiché io sarò in una di esse, e riderò in una di esse, sarà per te
come se tutte le stelle ridano. Questo sarà il mio regalo per te: tu
solo avrai milioni di stelle che sanno ridere…… Sai, questa notte,
non venire.
P – Non ti lascerò!
PP – Ti sembrerà che io muoia, ma non è vero. Sai, non posso
portarmi dietro il mio corpo, è troppo pesante.
P – Non voglio lasciarti!
PP – Lo dico anche per il serpente. È cattivo, non voglio che ti
morda.
P – Ho detto che non ti lascerò!
(Si fa buio. Il PP cammina da solo, e viene raggiunto dal pilota, che
lo prende per mano)
PP – Ah, sei qui! (Si
siedono per terra) Hai fatto male a venire. Proverai un dispiacere.
Ma non devi rattristarti.
Pensa come sarà bello quando mi ricorderai guardando le stelle! Avrai
milioni di stelle che ridono come sonagli. Anch’io guarderò le
stelle, e sarà come se tutte mi dessero da bere. Tu avrai milioni di
sonagli, io avrò milioni di fontane! (Il PP piange, commosso)
–Lasciami andare avanti da solo (Il pilota cerca di trattenerlo)
Sai, sono responsabile del mio fiore. E’ fragile, ha solo quattro
spine per difendersi. Devo andare! (Si alza, fa qualche passo, poi
cade dolcemente, mentre il pilota allunga ancora le braccia, come
per trattenerlo. Il sipario si chiude).
EPILOGO
( Il
pilota si ripresenta sulla scena vuota, e parla ancora al pubblico. La
musica di sottofondo sfuma)
-
Ecco, questa è la storia che volevo raccontarvi. Sono passati sei
anni da allora, ma non ho mai smesso di pensare al piccolo principe. La
sera guardo le stelle, e so che il mio amico è lassù, è tornato a casa,
dal suo fiore. Ma mi sono
ricordato che non ho disegnato la cinghia alla museruola della pecora, e
quindi non avrà potuto mettergliela. Chissà cosa è accaduto lassù!
Certo, se la pecora ha mangiato il fiore, il piccolo principe è triste, e
non ride di sicuro; e allora sembra che le stelle si spengano. Ma so che
custodisce bene la sua rosa, la tiene al sicuro sotto la campana di vetro,
perciò il mio amico è
contento e ride. Certo, è un mistero come tutto possa essere diverso, a
seconda che la pecora abbia o no mangiato il fiore. Per voi e per me,
conta molto che il piccolo principe sia contento. Ma se ne parlassi ai
grandi, direbbero che sono cose senza importanza.
Prima di lasciarci, voglio rivolgervi una preghiera: se un giorno vi
capiterà di viaggiare e di
andare nel deserto del Sahara, non andate di fretta, guardatevi intorno. E
se vedrete un
bambino che ride, che ha i capelli d’oro, che non risponde alle domande,
sono certo che lo
riconoscerete. Allora, per favore, siate gentili, non lasciatemi così
triste: scrivetemi subito
che è ritornato….!
FINE
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