Ottavio
si chiamava così perché era l’ultimo degli otto figli di un povero
contadino, che viveva con la sua numerosa famiglia in una misera casetta
ai margini di un bosco.
Quell’anno la terra era stata particolarmente avara, ed il raccolto
non era sufficiente a sfamare tutte quelle bocche. Il contadino fu
costretto a chiedere al padrone del mulino di fargli credito della
farina necessaria per superare l’inverno, promettendo di pagare dopo
il prossimo raccolto. Il mugnaio,
uomo molto ricco, ma terribilmente avaro, gli concesse il credito, a
condizione che, in un modo o nell’altro, il contadino pagasse il suo
debito al tempo stabilito.
Ma la grandine distrusse il raccolto, ed il pover’uomo si trovò
nell’impossibilità di pagare il
mugnaio. Questi non volle sentir ragione, e disse al contadino
che poteva pagare il suo
debito mandando il suo figliolo più piccolo a lavorare per lui:
infatti, aveva bisogno di un pastorello che custodisse le sue caprette e
le portasse al pascolo. Con il cuore stretto dalla pena, il contadino
dovette accettare, ed il piccolo Ottavio lasciò la sua casetta per
andare a vivere sui monti, insieme alle capre del mugnaio.
Il bambino amava molto gli animali, e presto imparò a condurre le
caprette al pascolo, a mungerle e a fare il buon formaggio che il
padrone veniva puntualmente a ritirare.
Ottavio non era infelice: sentiva la mancanza della sua famiglia, ma la
vita all’aria aperta gli piaceva. Nelle lunghe sere d’inverno,
quando le caprette erano nell’ovile, sedeva accanto al fuoco ed
intagliava nel legno delle belle statuine. Aveva anche imparato a
costruire gli zufoli di canna, ed a trarne stupende melodie che gli
facevano compagnia mentre pascolava le capre.
Ottavio era particolarmente affezionato a Stellina, una capretta bianca
con una stella scura sulla fronte, che gli stava sempre vicino, e
sembrava ascoltarlo e capirlo quando il ragazzo le parlava. Grazie al
latte di Stellina ed al buon formaggio che ne ricavava, Ottavio era
cresciuto forte e vigoroso, e, anche se non aveva potuto studiare, la
sua innata sensibilità ed il contatto con la natura ne avevano fatto un
giovanotto garbato e gentile. Il
ragazzo amava stare tra i monti, ma ormai cominciava a sentire il
bisogno di una vita più simile a quella degli altri giovani, e la
solitudine si faceva sempre più pesante.
Così, un giorno preparò il suo fagotto con dentro i suoi poveri abiti,
le sue statuine, il suo zufolo di canna e, seguito da Stellina, scese in
paese. Andò dal mugnaio, che ormai era diventato vecchio, e gli chiese
di liberarlo dal suo impegno: aveva lavorato per lui abbastanza, senza
avere in cambio se non il necessario per sfamarsi: ora
voleva andare per il mondo in cerca di fortuna. Come ricompensa
per tanti anni di lavoro, Ottavio chiese al mugnaio la capretta
Stellina, dalla quale non aveva cuore di separarsi.
Il mugnaio, che con l’età era addivenuto a più miti consigli,
ritenne che il debito del contadino fosse stato abbondantemente saldato,
e lasciò libero Ottavio, donandogli la capretta che tanto amava.
Il giovane si recò a salutare la sua famiglia, e poi partì, con la
fedele Stellina sempre alle calcagna.
Arrivato nel paese vicino, Ottavio sentì parlare della principessa
triste. Un vecchio gli spiegò che Arabella, la figlia del re, ormai da
diversi anni, dalla morte della mamma, era malata di malinconia: non
parlava con nessuno, non rideva, non cantava, e non c’era nulla che le
desse un po’ di gioia.
Il re, che amava tanto quell’unica figlia, aveva tentato di tutto per
ridare il sorriso alla fanciulla, ma né i migliori medici, né i più
comici giullari erano riusciti a strapparle una risata. Il povero padre
era disperato, tanto che aveva promesso di esaudire qualunque desiderio
di chi fosse riuscito a far sorridere la figlia.
Ottavio ascoltò la storia con molto interesse, ebbe pena per la
fanciulla e per il povero padre, ma pensò di non poter fare nulla per
aiutarli: lui stesso, infatti, ormai da qualche anno non aveva più
voglia di ridere, ed anche la sua musica era diventata malinconica e
struggente. Così, decise che il giorno seguente avrebbe ripreso il suo
viaggio alla ricerca del proprio posto nel mondo. Intanto, per quella
sera, si fermò appena fuori del paese, in una capanna disabitata.
Dopo aver acceso un fuoco e aver consumato la sua parca cena, Ottavio
tirò fuori il suo zufolo e cominciò a suonare. Stellina, invece di
accucciarsi accanto a lui ad ascoltare, come faceva di solito, si
agitava continuamente: andava avanti e indietro per la capanna, tirando
delle solenni cornate contro ciò che le capitava a tiro e belando
incessantemente. Ottavio non si spiegava il comportamento della
capretta, e cercava invano di calmarla. Ad un certo punto, Stellina
diede una potente cornata alla vecchia porta della capanna, e corse
fuori. Ottavio aveva un bel richiamarla: la capretta, girando in tondo,
si allontanava sempre di più. Il ragazzo si mise ad inseguirla, la
raggiunse e l’afferrò per la coda, nel tentativo di fermarla. Nulla
da fare: Stellina proseguì la sua corsa, tirandosi dietro il giovane,
che non voleva lasciare la presa.
Corri corri, la capretta finì nel cortile della reggia, e travolgendo
qualunque cosa e qualunque persona incontrava sulla sua strada, arrivò
nel grande salone, dove proprio in quel momento acrobati, giocolieri e
giullari si esibivano davanti al re ed alla principessa, la quale, però,
restava sempre taciturna ed immusonita. Ma quando si vide la capra
correre di qua e di là con il suo padroncino appeso alla coda, tutti
esplosero in una risata irrefrenabile. Anche la principessa Arabella,
guardando quella scena, si mise a ridere forte, sempre più forte:
sembrava che non potesse proprio più smettere, mentre il povero
Ottavio, con il viso stravolto, continuava a gridare a Stellina di
fermarsi.
Alla fine, la capretta si arrestò, ed il giovane, lasciando la presa,
ruzzolò dritto dritto ai piedi del trono. Tutti tacquero, aspettando
che l’ira del sovrano si scatenasse contro gli importuni visitatori.
Ma il re si alzò, e corse ad abbracciare Ottavio, piangendo di gioia.
- Valoroso giovane – gli disse - tu hai compiuto il miracolo:
finalmente la principessa è guarita dalla sua malinconia. Chiedi quello
che vuoi, e sarai esaudito.
- Maestà – rispose Ottavio – io non ho fatto nulla: è stata la mia
capretta Stellina a trascinarmi fin qui. Vi ringrazio per la vostra
generosità, ma non posso accettare alcun compenso senza aver lavorato.
Il re fu stupito dall’onestà del giovane, che pure non doveva
passarsela tanto bene, almeno a giudicare dal suo abbigliamento, ed
insisteva per ricompensarlo in qualche modo. Ottavio, però, non volle
saperne: tirò fuori dalla tasca una cordicella, legò la capretta, fece
un profondo inchino al re ed alla principessa, e si diresse verso
l’uscita. Arabella, che era rimasta colpita dal garbo e dalla
gentilezza del giovane, lo richiamò e lo pregò di tornare indietro.
Quando Ottavio le fu davanti, la principessa disse:
- Gentile cavaliere, voi mi avete guarita dalla mia tristezza, ed io vi
ringrazio. Ma sono la vostra generosità e la vostra onestà che ora mi
ridanno la gioia di vivere, perché mi fanno capire che la bontà esiste
ancora nel cuore degli uomini. Se voi volete, col consenso di mio padre,
io sarò felice di diventare la vostra sposa, perché sono certa che,
quando toccherà a me regnare,
voi mi aiuterete a governare il mio popolo in modo retto e saggio.
Ottavio quasi non credeva alle proprie orecchie, e guardava ammirato e
stupito quella bella fanciulla che gli si offriva in sposa. Ingoiando la
commozione, assentì con un cenno del capo, fece una profonda riverenza
e rimase chinato ad aspettare la risposta del re. Il sovrano si dichiarò
felice di dare sua figlia in sposa ad un giovane che si era dimostrato
così onesto, e tutto contento corse ad abbracciare la figlia ed il
futuro genero.
Si celebrarono le nozze, ed ai festeggiamenti, che durarono diversi
giorni, fu invitata anche tutta la famiglia di Ottavio, che non si
capacitava della fortuna del giovane. La capretta Stellina fu sistemata
in un comodo e confortevole ovile, e quel giorno ebbe una razione
supplementare di erbetta fresca e tante, tante coccole: in fondo, i due
giovani dovevano a lei la loro felicità! |